SENSO DELL’IMPRESA E PROGETTO PERSONALE

PTempo fa mi capitò di leggere in anteprima la bozza del nuovo libro di un amico, Franco Bolelli, dal titolo accattivante e controverso: Con il cuore e con le palle, nuovi modelli maschili, fanciulle, imprese, mondi creativi; e la mia prima domanda a Franco subito dopo aver letto il titolo, probabilmente piuttosto ingenua, fu: “ma cosa c’entrano le fanciulle e i mondi creativi con le imprese, che in genere sono posti piuttosto noiosi?”… La risposta, paziente, di Franco era stata che impresa era qui da intendere, appunto, in senso lato, nel suo significato di gesta, di sfida; lo stesso significato che del resto le aveva già attribuito Ludovico Ariosto nell’apertura del suo Orlando Furioso: ”Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto,…”. Entrambi comunque traemmo, credo, un piccolo vantaggio da questa conversazione surreale: Franco aggiunse a imprese l’aggettivo “eroiche”, giusto per evitare ulteriori fraintendimenti; e io iniziai a pensare all’impresa nel suo doppio significato, di attività economica organizzata ma anche, e forse soprattutto, di sfida personale.  

Oggi avventurarsi nel mondo del lavoro ha sempre più il sapore di un’impresa eroica; se poi a questo si unisce l’intento di realizzare un proprio progetto e di fare, possibilmente, qualcosa che ci piace, la sfida può diventare davvero epica. Tuttavia, praticare l’eroismo e continuare, nonostante tutto, a perseguire i propri sogni è l’unica cosa che ci permette di crescere, di acquistare autonomia e consapevolezza, di scoprire quali sono davvero le nostre potenzialità.

Questa breve premessa per sottolineare tre elementi che sono secondo me fondamentali oggi nel mondo del lavoro, anche se spesso vengono piuttosto trascurati: il valore dell’interpretazione personale, la capacità di essere mediatori di significati, la centralità dei momenti di svolta o di passaggio. L’ultimo in particolare, i momenti di passaggio, è molto poco esplorato nel mondo contemporaneo, anche se è sempre stato un tema centrale in ogni contesto sociale pre-moderno. 

Oggi i percorsi di vita non sono ormai più lineari, complessità e cambiamento sono diventati parte integrante della vita di ognuno, e i “momenti di svolta”, i passaggi da uno stato ad un altro, da una fase di vita ad un’altra, sono vissuti con sempre maggiore difficoltà, perché sovvertono l’ordine quotidiano delle cose e ci spingono a confrontarci con altri punti di vista, a guardare le cose con altri occhi; ma è proprio in questi momenti che si possono aprire nuovi squarci di consapevolezza, vere e proprie “scintille creative” che ci fanno intravedere  possibilità inaspettate. 

Già all’inizio del secolo scorso Arnold Van Gennep aveva per primo sottolineato nelle sue ricerche etnografiche come “la nozione di soglia, che marca e definisce allo stesso tempo sia uno spazio fisico che un momento temporale, in tutte le società stabilisce il passaggio da uno stato sociale ad un altro”. La vita di ogni individuo all’interno di un gruppo sociale è sempre infatti segnata da una serie di riti di passaggio, che implicano il movimento da uno stato sociale ad un altro e mettono in relazione il cambiamento personale individuale con lo status sociale (nascita, pubertà, matrimonio, morte). Nelle società tradizionali elementi rituali accompagnavano la persona in questo percorso e la mantenevano per un breve periodo di tempo sul confine tra i due mondi, caratterizzando questo spazio simbolico “transizionale” come uno spazio sempre marcato da rituali. Secondo Van Gennep, tutti i riti di passaggio, anche se di diversa natura, si dividono sempre in tre fasi: la fase di separazione, la fase liminale e la fase di incorporazione. Nella prima fase di separazione la persona esce dal gruppo e da uno status sociale consolidato e comincia così il suo movimento verso un altro stato; nella terza fase di incorporazione essa rientra nella società con una nuova posizione dopo avere completato il passaggio. La fase liminale, cioè il periodo che intercorre tra questi due stati, si caratterizza invece come un momento di passaggio, di sosta e di attesa, durante il quale non esistono vincoli precisi e obblighi sociali codificati; in qualche modo, in questa fase tutto è possibile. Questo spazio si configura dunque al tempo stesso come un processo personale e sociale di cambiamento, che avviene in una specifica unità spazio-temporale, e come uno stato psicologico specifico, attraverso il quale gli individui acquisiscono progressivamente una nuova autonomia e capacità di auto-determinazione; un processo di cambiamento nel quale il soggetto alla fine ritorna, trasformato internamente e spesso cambiato anche esteriormente, ad occupare un nuovo posto nella società. La fase intermedia, liminale, del margine, è quella più problematica e più interessante, perché è “uno spazio di confine tra due diversi stati che non si caratterizza se non per differenza e che sfugge a ogni rigida classificazione”, dice Van Gennep. Non fa realmente parte né di una fase né di un’altra, spesso è caratterizzata da “una segregazione fisica che è anche sintomo di contaminazione, e viene a volte vissuta come uno stato intermedio tra la vita e la morte”. In Africa Centrale, ad esempio, il luogo in cui i giovani vengono circoncisi viene chiamato “lo spazio dei morti”.  Tuttavia questo spazio si presenta metaforicamente anche come uno spazio creativo, nel quale i normali significati possono essere aggirati e capovolti e una cosa può essere al tempo stesso se stessa e il suo contrario, buona e cattiva, umana e animale, viva e morta, in una sorta di limbo nel quale si possono sperimentare varie possibilità prima di compiere qualsiasi tipo di scelta, rientrando così nella “normalità” dell’ordine sociale. 

In questi momenti che oggi, nella società contemporanea, come sottolinea Victor Turner, tendono a coincidere con la dimensione del lavoro e soprattutto del progetto di vita, assume un’importanza cruciale l’interpretazione personale, da intendere non solo come un elemento performativo ma piuttosto come una soluzione creativa all’interno di un contesto, che permette di interpretare il contesto stesso in modo nuovo. La soluzione creativa che viene dal momento di svolta, un momento in cui come abbiamo visto non si è “né da una parte né dall’altra, e dunque non si è nemmeno del tutto soggetti a regole”, è quindi il risultato di una risposta personale al contesto, di una scelta individuale che richiede, anche, la capacità di elaborare una visione del valore che possono assumere, nel tempo, le proprie azioni. 

PERCORSI DI SVILUPPO PERSONALE IN PROGRAMMI MBA

La realtà della vita di oggi, mutevole, complessa, inframmezzata da frequenti spostamenti in paesi diversi che ci portano a contatto con diverse culture e tradizioni, fa sì che ci troviamo tutti sempre più spesso di fronte alla necessità di affrontare significativi momenti di cambiamento. Si tratta di transizioni verso nuove fasi di vita, scandite da uno stacco nel tempo e nello spazio, molto spesso accompagnate da incertezza, inquietudine, disagio, difficoltà ad immaginare il proprio futuro. In questi “momenti di passaggio” interrogarsi su se stessi, sul proprio passato e sul proprio progetto di vita diventa inevitabile.

Oggi molto più che in passato però, ne sono convinta, abbiamo la possibilità di trasformare i nostri sogni in realtà, e di immaginare progetti di vita autonomi che diano spazio a creatività, relazioni, scoperte, nuovi modi di vivere il rapporto con il lavoro. 

Tuttavia, oggi abbiamo molti contenuti ma pochi contenitori, spazi dove poter scambiare, esprimere, collegare in libertà emozioni, stati d’animo, pensieri.

Trasformare l’incertezza che gli snodi esistenziali inevitabilmente portano con sé in opportunità significa supportare il desiderio delle persone di:

riprogettarsi, reinventando la propria vita personale e professionale in modo autonomo, indipendente, creativo;

imparare ad affrontare cambiamenti frequenti, temporanei, inaspettati, in un ambiente di lavoro internazionale e flessibile;

aprirsi all’incontro con altre culture, dove l’altro, lo sconosciuto, il diverso possono diventare l’occasione per dare spazio allo “sconosciuto che c’è in noi”, riconoscere le nostre parti nascoste, aprirci all’inaspettato.

Intraprendere oggi un percorso di MBA Internazionale Intensive, una scelta che accomuna  un numero sempre maggiore di giovani in tutto il mondo, rappresenta nella vita di ognuno un vero e proprio “momento di passaggio” che va ben al di là dello sviluppo di carriera, coinvolge relazioni personali e stabilità familiare e indirizza l’intero corso della vita futura. 

Partecipare a un MBA Intensive significa infatti rinunciare per un intero anno alla sicurezza legata al proprio abituale stile di vita, lavoro, relazioni, per entrare in una dimensione sospesa, transitoria, in cui ci si prepara ad affrontare nuove sfide, una dimensione in cui le aspettative sono alte e il futuro incerto: un vero e proprio “spazio transizionale” dunque, potenzialmente trasformativo, che innesca un processo di maturazione personale nel quale per entrare in una nuova fase di vita è necessario modificare gli abituali modelli di comportamento, schemi di pensiero, abitudini.

La mia esperienza come Analista nel percorso Personal Development Elective (PDE) che l’IMD di Losanna ha da diversi anni inserito nel suo programma MBA International rappresenta un’opportunità unica per avvicinarsi a un percorso di analisi individuale e Self Experience a supporto della crescita personale in un momento di passaggio così importante per lo sviluppo del sé; un’occasione radicalmente diversa da coaching e mentoring tradizionali finalizzati allo sviluppo di carriera che vengono solitamente offerti nei programmi MBA.

Le sessioni di analisi individuale che il PDE offre si propongono infatti di sviluppare in ognuno dei partecipanti, con un percorso personale di riflessione su se stessi, le proprie potenzialità e le proprie aspettative, autoconsapevolezza e conoscenza di sé attraverso il contenimento e la canalizzazione delle energie psichiche mobilitate durante l’anno di MBA verso un processo di sviluppo significativo e duraturo per:

  • immaginare nuovi progetti di vita e rivedere strategie personali non più sufficienti ad affrontare la nuova realtà
  • guardare all’esperienza di vita di ognuno come a un’occasione di sviluppo di una storia personale unica e singolare
  • aprire una nuova prospettiva per l’educazione manageriale, come una funzione al di là del tempo e dello spazio, un vero e proprio moderno “rito di iniziazione”.

IF YOU CAN DREAM IT, YOU CAN MAKE IT

 

I sogni possono aiutarci ad allargare lo sguardo sulla realtà che ci circonda? Possiamo guardare ai sogni come piste da esplorare per ritrovare un senso all’azione collettiva? Condividere i sogni ci aiuta a conoscere meglio noi stessi? Nelle prossime due settimane parleremo molto di sogni, creatività, immaginazione, scoperte: in due diversi progetti useremo la Matrice del Social Dreaming per condividere i sogni, amplificarne il significato con libere associazioni e connessioni, aprire nuove prospettive sulla realtà.

  • “Nella bolla si sta bene !…”: questo uno dei principali risultati emersi dalla sessione di Listening Post condotta a Milano per l’Osservatorio Internazionale sul Cambiamento di OPUS il 18 gennaio scorso. La realtà quotidiana che viviamo ogni giorno manca di senso, spesso ci sfugge, sembra minacciosa e a tratti inafferrabile; ed è forse per questo che tendiamo a chiuderci nelle nostre “bolle” private, una sorta di isole felici in un mare in tempesta. Ma è proprio vero che nella bolla si sta bene? Davvero basta chiudersi in se stessi per ovviare alla mancanza di senso? Oppure isolamento e chiusura portano a crisi ancora peggiori? Il prossimo venerdì 29 marzo, nella Matrice di Social Dreaming organizzata per Ariele in via Conservatorio 22, esploreremo nuove strategie di vita per capire “come vivere nella bolla e come uscirne”. La partecipazione è riservata ai partecipanti alla sessione di Listening Post del 18 gennaio scorso.
  • Quanto spazio hanno i sogni nella costruzione di un progetto? Quanto possono aiutarci a comprendere le nuove direzioni del cambiamento? Intuizione e creatività non sono forse le basi di cui sono fatti i sogni? Proveremo a porci queste domande il 1 e 2 aprile prossimi, nel nuovo percorso di progettazione e innovazione di tendenze del Posgrado en Coolhunting e Innovaciòn de Tendencias  dell’Istituto Internazionale di Design e Moda LCI Barcelona (http://www.lcibarcelona.com) -, usando la Matrice di Sociale Dreaming per esplorare quanto intuizione, immaginazione e creatività siano indispensabili per cogliere e indirizzare i segnali del cambiamento.

Learning to fly, follow your dreams…

The Flying Carpet propone un nuovo calendario di eventi per il 2019 e augura a tutti  Buone Feste 

“Forse dovremmo concedere alla natura umana una istintiva voglia di spostarsi, un impulso al movimento nel senso più ampio. L’atto stesso del viaggiare contribuisce a creare una sensazione di benessere fisico e mentale, mentre la monotonia della stasi prolungata e del lavoro fisso tesse nel cervello delle trame che generano prostrazione e un senso di inadeguatezza personale.” (Bruce Chatwin, Cosa ci faccio qui?)

Oggi, in un tempo di migrazioni, viaggi, scoperte, inquietudini, incertezze, migliaia di uomini e donne che attraversano mari e deserti e affrontano ostacoli e pericoli immensi sono costretti a porsi quotidianamente questa domanda, “cosa ci faccio qui?”. Per questo diventa sempre più importante elaborare insieme nuove risposte.

Ho sempre considerato lo spazio e il movimento dimensioni vitali, necessarie  per dare senso e ritmo all’esistenza.

“Chi si ferma è perduto”, diceva spesso mio padre.

“Odio i viaggi e gli esploratori…”, scriveva Levi Strauss nell’esordio di Tristi Tropici, meraviglioso libro di viaggi ed esplorazioni.

Ogni movimento, ogni spostamento, ogni cambiamento costano fatica, ma sono anche la condizione necessaria per mettersi alla prova, sperimentare sulla propria pelle il valore della differenza, aprirsi al mondo con curiosità e voglia di scoprire. Ogni movimento è  una boccata di aria fresca, apre nuovi orizzonti, e soprattutto evita le “ragnatele al cervello” di cui parla Bruce Chatwin a proposito della vita sedentaria. E’ importante però imparare a “viaggiare leggeri”, portandosi dietro solo l’essenziale; per questo, paradossalmente, spesso la cosa più importante è viaggiare innanzitutto con la fantasia”, il modo migliore che abbiamo per scoprire i mondi nascosti che esistono non soltanto al di fuori ma anche dentro di noi. In fin dei conti Emilio Salgari ha scritto Sandokan e i pirati della Malesia senza mai muoversi da Torino….

Nel 2019 il Tappeto Volante vuole ampliare i suoi orizzonti con un nuovo calendario di “viaggi di scoperta”; qui sotto i primi appuntamenti da segnare in agenda:

  • 18 gennaio 2019: Ascoltare e comprendere il cambiamento: istantanea dell’Italia all’alba del 2019. Gruppo di discussione sul cambiamento che stiamo vivendo oggi in Italia e nel mondo, per immaginare insieme nuove possibilità di intervento come “cittadini riflessivi”. A Milano, in Ariele, via Conservatorio 22.
  • 22 febbraio 2019: Laboratorio sui sogni. Primo incontro di un ciclo di tre esplorazioni sul tema del sogno e del viaggio. Mettersi in cammino spaventa perché significa  affrontare l’ignoto e ci proietta in una “no man’s land”, una terra di nessuno nella quale non sappiamo come muoverci. Crisi e cambiamento vanno spesso di pari passo, ma sono anche un’opportunità per cambiare il nostro sguardo sulla realtà, scoprire nuove possibilità, aprirsi a nuovi sogni. Il 22 febbraio, dalle 18 alle 21, al Centro dell’Incisione in Alzaia Naviglio Grande 66 – Milano,  esploreremo le potenzialità del viaggio di scoperta di se stessi e di nuovi territori nella prima sessione di Social Dreaming.
  • “Learning to fly, follow your dreams”:  percorsi brevi di Counselling Analitico: nel periodo gennaio/giugno 2019, offerta di un pacchetto di 4 sessioni di Counselling Analitico da programmare nell’arco di un mese al prezzo speciale di 100€, per iniziare ad impostare un viaggio di scoperta di se stessi e delle proprie potenzialità, aspettative, motivazioni (info@theflyingcarpet.it).

Irrequietezza migratoria

Irrequietezza migratoria: potrebbe essere una condizione di vita, un sintomo, oppure una metafora che fa sognare un po’. Invece sembra che sia un istinto, che spinge gli uccelli a migrare due volte l’anno per andare verso nord in primavera e tornare verso sud in autunno.

Questo almeno è ciò che ci raccontano all’Osservatorio sulle Migrazioni di Ventotene, una minuscola isola dell’arcipelago pontino tra il Lazio e la Campania che è una delle tappe in cui gli uccelli migratori fanno sosta nel lungo viaggio, più di trentamila chilometri, che compiono due volte l’anno.

I ricercatori dell’Osservatorio che studiano le rotte delle migrazioni inanellano gli uccelli che rimangono impigliati nelle grandi reti disseminate sull’isola, prima di liberarli, per poterne tracciare il cammino. Gli uccelli migratori, raccontano, partono dall’Africa e vanno verso nord in primavera per riprodursi, e compiono il percorso inverso in autunno per sfuggire ai rigori dell’inverno. Nel viaggio di andata e in quello di ritorno percorrono due rotte diverse, perché diverso è l’obiettivo del viaggio; all’andata , volando verso nord, l’istinto a riprodursi li spinge a fare il tragitto nel più breve tempo possibile sorvolando il mare in linea retta; mentre al ritorno verso sud la rotta è una curva che può prevedere alcune soste di riposo a terra per rifocillarsi. Il viaggio di ritorno può durare quindi un paio di mesi, ma è di soli dieci giorni all’andata; e se pensiamo che l’Albatros Urlatore può vivere più di 60 anni, durante i quali compie tra andata e ritorno almeno 60.000 chilometri l’anno, il conto finale è da capogiro.

L’Osservatorio è anche un serbatoio di storie che si intrecciano in volo.

Quanto può pesare, ad esempio, il Luì, un piccolo uccello passeriforme con le penne del collo striate di verde e di giallo? Soltanto 7/8 grammi, e nonostante ciò è capace di volare ininterrottamente per giorni senza mangiare e senza bere, perdendo buona parte del suo peso nel viaggio.

Il destino della Berta Grande è invece commovente e triste al tempo stesso: simile a un piccolo albatros, la Berta vive in coppia e cova un solo uovo per volta senza abbandonare mai il nido per nessun motivo. Maschio e femmina covano a turno mentre l’altro va a caccia di cibo, e se qualcosa gli impedisce di tornare il partner si lascia morire piuttosto che abbandonare la cova e l’intera famiglia si estingue.

Irrequietezza migratoria, dunque.

Non saprei spiegare esattamente il perché, ma queste due parole mi risuonano dentro come qualcosa di familiare, con il senso di un destino.

Perché migrano gli uccelli?

Improvvisamente, dopo i racconti, questa domanda si trasforma nel suo contrario: come potrebbero non farlo? E acquista un senso e un fascino ancora maggiori, la ragion d’essere della vita stessa, che porta una nuova luce anche alle tormentate migrazioni di noi umani, che potrebbero essere finalmente sostenute dall’istinto di vita invece che dallo spettro della morte. Quindi forse potremmo chiederci anche noi, ogni tanto, se davvero l’irrequietezza migratoria colpisce solo gli uccelli, e se non dovremmo affidarci di più ai nostri “geni migranti”; non foss’altro che per liberarci da quelle “ragnatele nel cervello” che secondo Bruce Chatwin la vita sedentaria inevitabilmente provoca.

Reinventare il lavoro, reinventare se stessi

“Sognare il sogno impossibile…” (Don Quijote)

“Caminante no hay camino, se hace camino al andar” (Antonio Machado)

I nomadi non partono mai davvero. E nemmeno ritornano. Tutta la loro vita sta in un andare e venire continuo, e il loro sapere nasce dai piccoli dettagli del paesaggio che incontrano viaggiando, spazi deserti e alberi immensi, stelle e cieli infiniti.

Viaggiando, portano con sé nel cammino tutto ciò che posseggono, compresi i loro sogni.

Io credo che, oggi più che mai, abbiamo la possibilità di trasformare i nostri sogni in realtà, perché di tutti i futuri possibili che possiamo immaginare il cambiamento più veloce riguarda il modo in cui viviamo il lavoro.

Molti stanno già vivendo un grande cambiamento. Sono i “nuovi nomadi”, una generazione cosmopolita che pensa al lavoro come una risorsa fondamentale per dare realtà ai propri sogni e per costruire un proprio progetto di vita.

Tra le caratteristiche che definiscono i Nomadi, “Know-mads”, troviamo conoscenza e follia, ragione e immaginazione, e una capacità essenziale di mettere in connessione realtà diverse, unificare gli opposti, guardare fuori e dentro se stessi.

Credo che apprendere e condividere, raccontare e collegare, siano la base di ogni possibile nuova scoperta. Credo anche che oggi abbiamo molti contenuti ma pochi contenitori, pochi spazi dove poter collegare emozioni, stati d’animo, pensieri.

A Madrid, il prossimo 20 di marzo, nello spazio agora THE PLACE, parlerò di questi temi, anche attraverso il racconto di anni di lavoro e di viaggi, la storia della mia vita. Parlerò del mio progetto personale The Flying Carpet, uno spazio nel quale iniziare un viaggio di scoperta di noi stessi e delle nostre potenzialità ancora inespresse.

 

 

 

 

 

Diventa ciò che sei

“Diventa ciò che sei” è una famosa frase di Nietzsche più volte ripresa da Jung a fondamento e ispirazione del percorso di individuazione che sta alla base della sua Psicologia Analitica.

Un ossimoro in apparenza, è una frase capace però di racchiudere in sole quattro parole una concezione filosofica che unisce due opposti fondamentali: l’idea dell’esistenza umana come un processo in continuo divenire e “l’essenza del carattere” che rende ognuno di noi una persona unica e irripetibile. Tutta la vita umana si snoda, in fondo, attraverso la dialettica di questi due opposti che, come dice Hillman (Il codice dell’anima, Adelphi, 1996), imprimono alla vita un “senso di destino”, per cui tutti presto o tardi, in una delle svolte della nostra esistenza, abbiamo avuto l’impressione di “essere chiamati” a percorrere una certa strada.

E’ proprio questa “vocazione” che rende ogni persona portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta, e scoprire e realizzare ciò che sin dall’inizio possiamo essere è probabilmente il compito più importante che possiamo realizzare.

Belle parole, state probabilmente pensando, ma la realtà è un’altra cosa.

Altro che diventare ciò che sono, tutti i giorni al lavoro mi viene detto che devo cambiare, devo essere flessibile, proattivo, adattare i miei modelli di comportamenti al “nuovo che avanza”, da ogni parte; ma io così più che spronato a cambiare mi sento circondato, e più che vivere il cambiamento lo subisco.

Come si fa quindi a mettere insieme un’idea di cambiamento continuo che appare come un destino ineluttabile su cui non si ha nessun controllo, con il desiderio di comprendere e di esprimere le proprie potenzialità e i propri talenti?

Un’indicazione che va in questa direzione, e un aiuto concreto per realizzarla, vengono adesso da AdActa Consulting che ieri alla Triennale di Milano ha organizzato un evento per presentare un nuovo progetto di coaching e sviluppo del potenziale, The Best of You.

Tutti parlano di cambiamento continuo, dicono gli uomini e le donne di AdActa, ma forse sarebbe meglio cominciare a parlare di evoluzione. Perché la nostra vita lavorativa è fatta di fasi che tutti noi attraversiamo: da beginner, neo-assunti con tanto potenziale e tante speranze, diventiamo junior e cominciamo a chiederci cosa significa coordinare un gruppo di lavoro, e poi middle e senior management con qualità e caratteristiche professionali sempre più specifiche ma anche con tante nuove domande che in ognuno di questi momenti di passaggio ci pongono nuovi dubbi. Tuttavia, è proprio da queste semplici domande che possiamo partire, chiedendoci chi sono, cosa so fare davvero, cosa ho imparato in tanti anni di lavoro, cosa posso ancora diventare? La risposta non è mai semplice, ma forse non è neppure così importante darne necessariamente una; perché la cosa davvero importante è porsi le domande che stimolano un processo di crescita personale, sapendo che il nostro percorso incrocia sempre quello di qualcun altro che, lungo la strada, può darti una mano a trovare la giusta direzione.

Il velo e il mistero del femminile

Al mio arrivo a Dubai una delle cose che sin dall’inizio più mi colpirono era la presenza di un diverso mondo femminile, simbolizzata dal velo.

A Dubai il velo non è un obbligo come in Arabia Saudita o in altri paesi del Medio Oriente e le donne per strada vestono nei modi più disparati, sari e minigonne convivono con tuniche e vestiti africani e nelle spiagge bikini e burkini sono ugualmente accettati.  Leggi tutto “Il velo e il mistero del femminile”

Un anno a Dubai

Sono arrivata a Dubai all’inizio di novembre 2015.

Avevo preso il volo notturno, partenza da Milano alla 10 di sera, arrivo a Dubai alle 6 di mattina, solo tre ore di differenza di fuso e un volo piacevolissimo grazie al servizio impeccabile di Emirates Airlines. Sotto di me, all’atterraggio, chilometri e chilometri di deserto, improvvisamente interrotti da una gigantesca striscia di grattacieli. Scendo dall’aereo stringendo in mano copia del mio visto provvisorio come residente, anzi come coniuge di residente, che mio marito, già a Dubai da qualche mese, mi aveva fatto avere pochi giorni prima. Leggi tutto “Un anno a Dubai”