Un anno a Dubai

Sono arrivata a Dubai all’inizio di novembre 2015.

Avevo preso il volo notturno, partenza da Milano alla 10 di sera, arrivo a Dubai alle 6 di mattina, solo tre ore di differenza di fuso e un volo piacevolissimo grazie al servizio impeccabile di Emirates Airlines. Sotto di me, all’atterraggio, chilometri e chilometri di deserto, improvvisamente interrotti da una gigantesca striscia di grattacieli. Scendo dall’aereo stringendo in mano copia del mio visto provvisorio come residente, anzi come coniuge di residente, che mio marito, già a Dubai da qualche mese, mi aveva fatto avere pochi giorni prima.

Riponevo molta fiducia in quel foglietto, il mio lasciapassare per il nuovo mondo, e con quello in mano vado spedita al controllo passaporti; ma quando arriva il mio turno l’impiegato mi guarda con aria perplessa e mi chiede “dov’è lo sponsor?”. Rispondo che lo sponsor, mio marito, è a casa che mi aspetta, ma lui inflessibile dice che quella che ho in mano è solo una copia del visto, dovrei avere l’originale, e mi indirizza all’ufficio immigrazione. L’aeroporto di Dubai è moderno, bello e funzionale, ma l’ufficio immigrazione è in un corridoio buio e molto lungo in fondo al quale un indiano presidia una serie di scaffali che dovrebbero contenere, tra gli altri, anche l’originale del mio visto. Armata di speranza, chiedo notizie all’indiano, e anche lui mi rivolge la domanda di prima: “dov’è lo sponsor?”; dico che è a casa ma lui non sembra contento, il mio visto comunque non si trova, e l’indiano mi ordina con tono che non ammette repliche di telefonare a mio marito. Dopo la telefonata, che getta anche Ivan nel panico perché nemmeno lui ha l’originale del visto, forse lo hanno nel suo ufficio ma a quell’ora del mattino ancora non c’è nessuno, l’indiano si impietosisce un po’, mi indica due responsabili della sicurezza che circolano nel corridoio centrale e mi dice di provare a chiedere a loro; sono due arabi con la tradizionale tunica bianca e il copricapo, fermo uno di loro e rispondo alla solita fatidica domanda “dov’è lo sponsor?”, ormai sono abituata; lui mi guarda un po’ sorpreso, poi prende una penna, scrive qualcosa in arabo che non capisco, forse una firma, sulla mia copia del visto e mi indirizza di nuovo al controllo passaporti. Questa volta ce l’ho fatta, penso, lui deve essere davvero un’autorità; ma il tizio del controllo passaporti non è della stessa opinione, di chi è questa firma mi chiede, io mi giro per indicargli il capo supremo che prima era alle mie spalle ma che nel frattempo è sparito. Aspetti un attimo qui da parte mi dice il tizio, e prosegue nella coda; io mi guardo intorno di nuovo, ormai sono quasi disperata, quando vedo apparire il mio sceicco bianco in fondo al corridoio, eccolo è lui quasi grido all’impiegato, ma è Mohammed mi dice lui, si certo Mohammed come ho fatto a non pensarci; l’impiegato finalmente mi sorride e timbra il mio passaporto. Ora ho un visto d’ingresso, e posso andare finalmente ad abbracciare lo sponsor….

Avere uno sponsor, che sia il datore di lavoro, il coniuge o un genitore, è una necessità fondamentale a Dubai dove i residenti permanenti sono solo una piccola minoranza, appena il 10% della popolazione, e il restante 90% degli abitanti per poter rimanere nel paese deve dotarsi di un permesso di lavoro o di residenza provvisorio, che non diventerà mai, tranne poche eccezioni, definitivo. Dubai è un “luogo di transito” per la maggior parte delle persone che la abitano, e questa caratteristica la rende, come vedremo, un luogo abbastanza unico, una specie di laboratorio e un interessante crogiolo di diversità in un’era come la nostra in cui il diritto di cittadinanza è oggetto di ripensamenti e negoziazioni e viene continuamente rimesso in discussione sotto l’influsso di grandi flussi migratori.

Le mie prime impressioni di Dubai erano contraddittorie, confuse, ma anche molto diverse da ciò che mi ero immaginata.

Novembre è una bellissima stagione negli Emirati, la temperatura è mite, le giornate sono soleggiate ma non calde come in estate, e la gente passeggia, di giorno e di sera, lungo le marine, canali artificiali pieni di piccoli ristoranti e caffè in cui si può mangiare qualcosa, bere tè o caffè e fumare la shisha, il grande narghilè ad acqua della tradizione araba che spande intorno aromi profumati, mentre barche, motoscafi di lusso e tradizionali dhows incrociano i canali da una sponda all’altra e si dirigono verso il mare aperto.

L’immagine di un mondo distopico che avevo in mente mi sembrava all’inizio in parte confermata dall’architettura da Guinnes dei primati che ha reso Dubai famosa in tutto il mondo. In meno di mezzo secolo infatti, sotto la guida della famiglia Al Maktoum, Dubai si è trasformata da un piccolo villaggio di pescatori di perle e mercanti, snodo di traffici e di carovane che attraversavano il deserto, in un centro ultramoderno che attrae capitali, investimenti finanziari e turismo da tutto il mondo, nonostante i problemi che affliggono la regione.

All’inizio del secolo scorso infatti Dubai era solo un piccolo centro al limitare del deserto, i cui abitanti avevano da tempo rinunciato alla vita nomade per dedicarsi alla più redditizia pesca delle perle, di cui ancora oggi rimane viva la tradizione, e ai traffici di mercanzie e di oro, in particolare con il sud dell’India.

La scoperta del petrolio in Arabia Saudita e Kuwait negli anni 30 rappresentò una svolta per l’economia dell’intera regione, e per Dubai l’occasione di sviluppare su grande scala la sua vocazione al commercio e ai traffici, potenziando sin dagli anni 60 una rete di infrastrutture, servizi pubblici e pubblica amministrazione che si è rivelata negli anni un modello di sviluppo seguito da tutti gli stati degli Emirati.

Oggi Dubai è una città simbolo, un’icona del futuro riconosciuta in tutto il mondo, con strutture gigantesche e immaginifiche come il Burj Khalifa, la più grande torre del mondo con i suoi 830 metri di altezza; il Burj Al Arab, hotel di super lusso sul mare a forma di vela che è diventato il simbolo della città; le Palm Islands, un arcipelago artificiale costruito nel mare con tre isole a forma di palma che contengono edifici di lusso, spiagge, alberghi e un gigantesco parco di divertimenti acquatico, Atlantis; e ancora, stupefacenti mall che hanno all’interno cascate, acquari, parchi a tema, piste da sci e pattinaggio, rinomate catene di hotel e ristoranti che offrono un servizio di lusso molto accessibile, per la gioia di una classe media di turisti che vengono da tutto il mondo per concedersi svaghi che a casa loro sarebbero del tutto fuori portata.

Girando per la città tuttavia si scopre ben presto che Dubai non è soltanto architettura artificiale e lusso a buon mercato.

Dietro la scintillante facciata dei grattacieli, basta poco infatti per scoprire Bur Dubai e la città vecchia di Deira, il primo insediamento della città lungo il fiume, dove le imbarcazioni tradizionali, i dhows, attraversano ancora il canale e vi portano da una parte all’altra del creek in cambio di una somma di danaro ridicola; basta immergersi nei souk dove si può comprare di tutto, dall’oro ai tappeti, dagli accessori alle spezie, ai profumi, ai cibi pregiati, a condizione di essere disposti a impegnarsi in lunghe trattative sul prezzo, che sono un bel modo di riscoprire il vero fascino del commercio; basta attraversare il colorato, pittoresco, vibrante quartiere indiano di Al Karama con i suoi animati ristoranti, negozi e mercati, per ritrovarsi improvvisamente in un film in stile Bollywood di cui è facile sentirsi protagonisti.

Fuori dalle “gabbie dorate” dei grandi hotel, mall e ristoranti in stile occidentale, Dubai è dunque una città multiculturale vibrante e stimolante in cui, nonostante le differenze e le ineguaglianze, un variopinto mix di nazionalità interagisce tutti i giorni con charme e gentilezza, in un crocevia di culture nel quale arabi, africani, indiani, pachistani, filippini, europei, americani cercano di riscoprire un modo accettabile e dignitoso di vivere insieme.

Questo mix di culture diverse, che colpisce perché inaspettato, si sperimenta un po’ dappertutto, anche per strada;  a Dubai non ci sono, ad esempio, codici di abbigliamento rigidi come in Arabia Saudita dove le donne non possono circolare senza il velo, e a passeggio nei mall, nelle marine e nei souk si incontrano abiti di ogni foggia e genere, lo stile europeo si mescola ai tradizionali costumi arabi, ragazze in minigonna incrociano donne con la tradizionale abaya, una lunga tunica di solito nera sotto la quale indossano jeans e sneakers, le strade sono spesso colorate dai vibranti colori dei sari e dei turbanti africani. Il modo di vestire di uomini e donne affonda spesso in radici identitarie, e si impara in fretta a riconoscere indiani e pakistani dalla lunghezza del loro “kurtas”, la camicia maschile lunga fin sotto al ginocchio, così come le diverse fogge di copricapo che indicano la provenienza da Oman, Emirati, Yemen, Sudan.

Nuovo e antico convivono spesso fianco a fianco in maniera originale: il mercato dei cammelli, dove ancora oggi arrivano le carovane dal Sudan attraverso il deserto, si trova a due passi dal moderno stadio di Al Marmoon, la pista dove si tengono le corse dei cammelli, una delle grandi passioni nazionali, che oggi vengono telecomandate dalle jeep che corrono a fianco dei cammelli; nel grande stadio di corse dei cavalli di Al Meydan non è difficile incontrare l’emiro di Dubai, lo sceicco Mohammed Rashid Al Maktoum, che spesso preferisce lasciare la platea Vip e mischiarsi con un piccolo seguito tra la gente nella zona aperta a tutti, secondo l’antica tradizione tribale dove il principe spesso e volentieri si mescolava alla folla. Nei grandi mall ultramoderni la voce del muezzin chiama alla preghiera cinque volte al giorno ritmando la giornata, e non è raro vedere in qualche negozio un cartello con la scritta “Intervallo preghiera, torno subito”.

Forse tutto questo non basta a cancellare le molte zone oscure di un modello di sviluppo che ai nostri occhi appare deviato e problematico, e nel quale le sperequazioni tra ricchi e poveri, tra etnie che occupano scalini diversi nella gerarchia sociale, tra locali, ricchi expat e lavoratori delle costruzioni spesso definiti i “nuovi schiavi” sono oggetto di costante dibattito. Tuttavia di fronte agli esodi di massa di centinaia di migliaia di persone in fuga dai paesi di origine per scappare da guerre, carestie, stermini, non possiamo oggi non chiederci quale modello di accoglienza alternativo è in grado di proporre l’Europa ai milioni di migranti che premono alle sue porte.

Oggi che il multiculturalismo ha segnato il suo tempo creando in tante città europee periferie in cui etnie diverse vivono fianco a fianco rimanendo tuttavia entità separate, possiamo forse guardare con più attenzione a modelli sociali pensati sulla transitorietà, che cercano di costruire sugli interstizi e le zone di confine tra persone e culture.

Nessuno a Dubai può davvero pensare di fermarsi per sempre, e a parte una  piccola percentuale di locali residenti tutti gli altri hanno una “data di scadenza”. Vivere a Dubai è un’esperienza transitoria, e si può davvero dire che l’unica costante della città è il cambiamento. Dubai è una realtà in costante mutamento, che vedi crescere giorno per giorno insieme all’altezza dei suoi grattacieli, in cui ogni cosa sembra essere temporanea, una città al crocevia tra est e ovest dove un tempo si incontravano le carovane e dove ancora oggi la gente viene e va come grani di sabbia trasportati dal vento del deserto.

“Welcome to the future”, benvenuti nel futuro” non è quindi solo un cartello che accoglie il visitatore al suo arrivo all’aeroporto; per questo riflettere sul modello Dubai oggi può essere utile a ridimensionare i nostri stereotipi, un’apertura a volo di uccello sulle contraddittorie forze che compongono la nostra tormentata, controversa, ipercomplicata società globale, nella quale il nuovo e l’antico, gli stili di vita più tradizionali e più avanzati, in qualche modo coesistono, anche se a volte non sembrano avere molto in comune.

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