Mondi utopici e mondi distopici

All’inizio del 2015 vivevo a Zurigo da circa tre anni e avevo da poco iniziato un percorso di specializzazione in Psicologia Analitica allo Jung Institute di Zurigo,  un cambiamento  professionale per me importante che avevo meditato a lungo, quando la multinazionale per cui mio marito lavorava da anni gli offrì una nuova posizione di Vice President Risorse Umane per la regione EEMEA, acronimo di Eastern Europe, Middle East and Africa. Il lavoro era interessante, si trattava di coordinare una vasta area che comprendeva paesi complessi e molto diversi tra loro, dalla Russia alla Turchia al Sudafrica passando per tutto il Medio Oriente; mio marito era quindi molto intrigato dall’offerta, nonostante le incertezze  che comportava. La sede della regione era però  Dubai, negli Emirati Arabi, e accettare l’offerta significava trasferirsi laggiù. Non era certo la prima volta che ci trasferivamo in un paese straniero: negli ultimi 15 anni ci siamo infatti spostati in ben cinque paesi, passando da Milano a Londra, Chicago, Parigi e infine Zurigo. La vita nomade, pur con tutte le sue difficoltà, non mi era mai dispiaciuta, anzi ogni spostamento dopo uno sconcerto iniziale – perché, come diceva sempre mia nonna “partire è un po’ morire” – era sempre stato l’occasione per realizzare progetti che mi stavano a cuore e per conoscere lingue e paesi diversi, e tutto questo mi faceva sentire una “cittadina del mondo” flessibile e curiosa. Tuttavia, alla richiesta di andare a vivere a Dubai provai un senso di panico e disperazione.
Non avevo mai pensato a Dubai come a un posto reale.
Nella mia immaginazione Dubai era un mondo artificiale che non avevo mai pensato di visitare nemmeno per una vacanza, figuriamoci per viverci. L’immagine che avevo di Dubai era un’architettura futuristica e improbabile che sotto una facciata di ricchezza e lusso ostentato nascondeva alcuni dei più allarmanti incubi del nostro secolo: diseguaglianze sociali ed economiche, assenza di democrazia, mancanza di diritti per le donne, scontro culturale tra Est e Ovest, dittatura religiosa. Ero così spaventata dalla violenza delle paure che l’idea di trasferirmi suscitava che mi sembrava di non riuscire a venire a patti con la nuova situazione; la mia prima reazione era stata quindi di dire a mio marito “non se ne parla proprio, non ho nessuna intenzione di trasferirmi in un posto simile!”
Tuttavia, dopo lo shock iniziale, sentivo anche che la mia immaginazione era in qualche modo stimolata dalla curiosità di capire come potesse essere la vita in un mondo così improbabile e diverso da tutto ciò che avevo visto fino ad allora; forse, pensavo, nella mia immagine di Dubai c’era qualcosa di eccessivo, di molto personale, probabilmente viziato da stereotipi e pregiudizi cui dovevo concedere, almeno, il beneficio del dubbio, la chance di essere messi a confronto con un’esperienza diretta.
Intanto, l’incontro con il pensiero di C.G. Jung, in cui da poco mi ero immersa, mi aveva reso familiare l’idea di un mondo costellato da archetipi. “L’ipotesi di un inconscio collettivo appartiene a quel tipo di idee che inizialmente le persone trovano strane, ma che subito dopo tutti iniziano a possedere e ad usare come concezioni familiari”, scriveva Jung (CW9-1, 1).
In uno dei tanti “momenti di passaggio” della mia vita quindi mi sentivo quasi inerme di fronte al “mondo archetipico” in cui mi pareva di essere immersa, nel quale paure inconsce, fantasie personali e proiezioni collettive assumevano una forza e una risonanza particolari; ma un po’ alla volta stava affiorando in me anche l’idea che affrontare le proprie paure può essere una grande opportunità, forse una delle poche che abbiamo di confrontarci con le nostre “parti oscure” e sollevare almeno un lembo del velo sotto il quale si nasconde la possibilità di ampliare la consapevolezza di sé. Sentivo nascere  dentro di me un vago sentimento di speranza, poco più di un’intuizione, e per quanto strano possa apparire questo sentire mi era arrivato in modo del tutto casuale, come un’inaspettata ancora di salvezza in un mare di confusione.
Avevo infatti in quei giorni cominciato per caso a leggere, incuriosita dal titolo,  The Divergent, una trilogia per teenagers di una giovane scrittrice americana di successo, Veronica Roth. Ambientata in una Chicago del futuro in cui una lotta fratricida scatenata da un esperimento genetico mal riuscito aveva portato a una decimazione della popolazione mondiale, la storia parte da un’umanità ridotta a vivere asserragliata in città bunker, divisa in fazioni che incarnano diversi ruoli e istanze dell’animo umano. Uomini e donne nascevano in una fazione e al compimento dei sedici anni di età potevano esprimere il desiderio di cambiare, ma dovevano prima sottoporsi a un test di personalità nel quale venivano immersi in una situazione onirica che li costringeva ad affrontare le loro più grandi paure. Le strategie messe in atto per superare la prova rivelavano l’attitudine prevalente di ognuno e decidevano di conseguenza il suo destino. La protagonista della storia, Beatrice detta Tris, è però una “divergente”, dotata di una personalità flessibile e complessa compatibile con tutte le strategie possibili. Tris è dunque potenzialmente pericolosa perché imprevedibile e poco controllabile, e così inizia la storia della sua lotta contro il potere attraverso lo sviluppo della sua personalità e il suo viaggio di scoperta interiore. Così, mentre mi immergevo nel mondo di Tris e nelle sue avventure, iniziai contemporaneamente a chiedermi perché, in un momento in cui dovevo prendere decisioni importanti e avrei dovuto avere ben altro per la testa, mi stavo appassionando così tanto a un fantasy per adolescenti.
Il mondo di Divergent mi sembrava, in fondo, molto simile al mondo di Dubai: un mondo distopico, proiettato in un futuro inquietante, il prodotto di energie conflittuali che se da una parte incarnavano il desiderio di controllare e dominare la natura umana, dall’altra erano la rappresentazione tangibile e concreta delle peggiori istanze distruttive inconsce ormai sfuggite a ogni  controllo. Tuttavia la storia ci ha insegnato che per affrontare il cambiamento bisogna essere preparati a fronteggiarne anche gli aspetti distruttivi e minacciosi; e la prospettiva distopica si rivela molto spesso più utile di quella utopica per comprendere le paure inconsce che costellano la mente di donne e uomini contemporanei.
Il termine “utopia”, come molti sanno, è stato usato per la prima volta da Tommaso Moro nel 1516 come titolo della sua più famosa opera, l’Utopia appunto, per definire l’ideale di una società perfetta.  Utopia deriva dal greco “topos”, luogo, con l’aggiunta del prefisso privativo “u, e significa letteralmente “non-luogo”, o per meglio dire un luogo ideale che non esiste nella realtà. Distopia è l’opposto di utopia – il prefisso greco “dis” significa cattivo, spaventoso – e può essere definita come “una comunità immaginaria o una società che non è auspicabile perché suscita paure” (la fonte della definizione è Wikipedia).
I mondi distopici sono oggi  tornati a essere molto popolari e ne abbiamo innumerevoli esempi nelle fiction, nelle serie TV, nella letteratura, nel cinema, nel mondo dell’arte e della fantasia; tutti propongono modelli degenerati di società, ambientati in un futuro prossimo in cui un cataclisma ha provocato un inesorabile declino della convivenza civile caratterizzato da problemi enormi quali disumanizzazione, governi totalitari, disastri ambientali. E’ difficile non riconoscere in questa descrizione la proiezione dei peggiori incubi che tormentano il mondo contemporaneo, e dunque potremmo dire che i mondi distopici sono oggi particolarmente utili perché fanno affiorare alla coscienza e rendono tangibili problemi reali che, se ignorati, potrebbero potenzialmente condurre la società a sperimentare davvero le stesse situazioni catastrofiche.
Dice Veronica Roth, l’autrice di Divergent, a proposito di utopia e distopia: “Riuscire a dar corpo a un’utopia significa creare un mondo senza conflitti in cui tutto è perfetto; ma senza conflitti non ci sono storie che meritano di essere lette e raccontate….”.
I mondi distopici sono quelli delle favole, dei miti, delle leggende, degli eroi ed eroine che ci mettono di fronte alle nostre paure e ai nostri difetti, e producono narrazioni che affascinano rendendo così possibile sostenere il confronto con le parti oscure del nostro mondo interno, individuale e collettivo. Il senso e la funzione delle storie è sempre stato infatti quello di incarnare e presentificare i conflitti, attraverso ponti immaginali che li rendono rappresentabili e dunque tollerabili e pensabili.
Più o meno consapevolmente, dunque, mi trovai a fare paralleli tra i mondi distopici che costellavano le mie paure inconsce e la prospettiva del trasferimento a Dubai. Nella mia immaginazione stavo per entrare in un mondo futuristico e fantastico che scatenava ansie e paure; ma un mondo perfetto, dove il conflitto è costantemente negato e il confronto con la proprie parti oscure evitato, non esiste, e non è nemmeno auspicabile; anzi, all’opposto, tutte le volte che nella storia dell’umanità si è affacciata l’idea di un perfetto mondo utopico ci siamo trovati di fronte a devastanti conflitti ideologici e a stermini compiuti in nome di valori astratti.

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